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Corta memoria

1 marzo 2010

Ellis island, the registry room

Uno dei posti di New York che mi ha colpito di più è stata Ellis Island.

Non è particolarmente bella e penso che la maggior parte dei turisti la visiti solamente perché vi fa “scalo” il ferry che collega Manhattan anche con Liberty Island, piedistallo della famosa statua omonima.

Ellis Island la possiamo definire come il CIE dell’America; qui a partire dal 1892 fino al 1954 arrivavano, venivano stipati, identificati, quarantenati, etc. gli stranieri che arrivavano negli USA*.

L’isola adesso ospita il museo dell’immigrazione che testualmente “testimonia le radici degli Stati Uniti d’America e rende omaggio agli immigrati, perché senza di loro gli USA non sarebbero il grande paese che sono oggi”. Il museo è un monumento storco ed è gestito dai Park Rangers (si, gli stessi dell’orso Yoghi!!!).

I Rangers offrono anche visite guidate ed è stata proprio il mio Ranger a farmi venire le lacrime agli occhi.

Al termine della visita si è fermata alla grande balaustra che dà sulla registry room (nella foto) e togliendosi il cappellone e sfilandosi il distintivo da Ranger ci ha raccontato una storia che spero di riportare qui nel modo più fedele possibile:

In questo momento non sono più un Ranger degli Stati Uniti ma una semplice cittadina; come vedete dal mio cognome la mia famiglia non è originaria dell’America (il cognome era nettamente Italiano), il mio nonno è arrivato qui dall’Italia, proprio in questa sala, più di 80 anni fa, con in tasca pochi soldi e la speranza di dare a mio padre un futuro migliore di quello che avrebbe potuto avere se fosse rimasto nel suo paese di origine.

Ha lavorato duro come carpentiere, anche 14 ore al giorno, ma suo figlio, ha potuto studiare comprarsi una casa e farsi una famiglia a sua volta.

Oggi sono qui, fiera di essere americana e grata non solo a mio nonno ed a mio padre ma soprattutto a questo grande paese che in quel giorno accolse mio nonno e gli regalò una speranza ed una possibilità.

Voi venite sicuramente da molti paesi del mondo, vi chiedo un favore: quando tornerete a casa vostra ricordatevi della mia storia e di quelle di tutti coloro passati da questa sala; cercate di essere compassionevoli con gli stranieri che arrivano nei vostri paesi, abbiate presente che il più delle volte queste persone scappano da povertà, miseria, guerra e chiedono solamente speranza ed una vita più dignitosa per loro ed loro figli, la stessa dignità che tutti noi qui presenti crediamo ci spetti di diritto e che invece a queste persone è spesso negata.

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* “Ovviamente” solo i poveracci passavano da Ellis Island, ossia quelli che viaggiavano sulle navi come passeggeri di 3a classe; coloro che invece avevano un biglietto di 1a classe (e talvolta quelli con il biglietto di 2a) venivano scrutinati direttamente a bordo delle navi e fatti sbarcare a Manhattan prima dell’attracco a Ellis.

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12 commenti
  1. 1 marzo 2010 12:09 pm

    bellissimo. e assolutamente vero.

    un abbraccio!

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  2. 1 marzo 2010 6:38 pm

    Alex, quale emigrante, ti assicuro che hai ragione. Ho sentito raccontare da mio suovcero la storia del padre, che a 12 anni lascio’ Vico Equense, da solo, per venire in America. Mi ha raccontato d come gli immigrati italiani fossero discriminati e di come, nonostante cio’, riuscirono a cosruire un futuro per se e i loro figli… Non e’ stato facile per gli immigrati italiani, Alex. Ma alla fine sono riusciti ad integrarsi e ad essere accettati. Speriamo succeda cosi’ anche in Italia

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    • 1 marzo 2010 7:58 pm

      Non lo so…
      Anche l’America ha avuto le sue crisi xenofobe e forse non l’ha nemmeno superate del tutto neppure oggi.
      A differenza degli USA (ma anche di tanti altri paesi più o meno felicemente multietnici) però mi pare che noi italiani siamo più provinciali, più portati a rinchiuderci dentro le familiari mura del paesello.

      Speriamo ma non la vedo bene.

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  3. 1 marzo 2010 6:46 pm

    non voglio essere la solita pesantona, ma….due cose:
    nella giornata di sciopero degli extracomunitari vorrei ripetere che spesso sono loro che sorridono, che hanno fiducia, che sperano, che dicono ancora “scusa per favore buongiorno”. Io sono contenta che ci siano, che mi offrano un punto di vista diverso. Mi danno quell’energia e che mi sembra gli altri abbiano perso.
    Stamattina ho ricevuto una lezione di educazione e di rispetto e di buon vivere da uno di loro a cui avrei dovuto fare un lavoro. Per leggerezza non l’ho più fatto. Mi ha chiamato. No ha alzato la voce nè si è arrabbiato. Mi ha solo comunicato che mi riteneva sollevata dall’incarico e che era dispiaciuto per lui e per me visto che avevo lasciato il lavoro a metà.
    Me la becco..è da stamattina che ci penso e imparo la lezione.
    Certo le genralizazioni non servono nemmeno in positivo, ma mai mi è capitato un atteggiamento del genere da un mio connazionale. Chi ti paga in genere si sente in diritto di trattarti come genere di sua proprietà. Chapeau

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    • 1 marzo 2010 8:00 pm

      Chapeau davvero…

      Purtroppo però penso che moltissime volte siamo noi italiani a dare il cattivo esempio e tanti stranieri, una volta arrivati in Italia non fanno altro che uniformarsi…
      When in Rome do as the Romans do

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  4. fabio r permalink
    1 marzo 2010 9:14 pm

    bellissima (e vera, ahimè) storia comune.
    come scriveva Stella (Gian Antonio) quando gli albanesi eravamo noi… ora siamo cortini di memoria, eh?

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  5. valeriascrive permalink
    2 marzo 2010 4:06 am

    grazie per aver condiviso questa storia con noi.
    C’e’ da dire anche che l’Italia non e’ di per se’ razzista, ha paura della poverta’ dello straniero, non dello straniero in se’, credo. E’ un paese che dovrebbe essere educato alla multicultura, ne ha bisogno.
    Pero’ con questo governo, con questa televisione….povero noi!

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  6. 2 marzo 2010 12:05 pm

    Fabio R:Cortissima…. 😦

    Valeriascrive: ed invece io penso che il razzismo degli Italiani sia da ascriversi alla paura del diverso (certo, probabilmente a causa della mancanza di educazione) non tanto al rifiuto della povertà.
    Ovvio poi che quale sia l’origine di questo razzismo, il presente governo ci marcia alla grande…

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  7. rurinedda permalink
    3 marzo 2010 12:58 pm

    molto molto toccante….

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  8. angelina66 permalink
    3 marzo 2010 2:20 pm

    Questo post e’ molto bello, e meriterebbe un po’ di visibilita’ in piu’.

    Mi hai fatto venire in mente un discorso sentito ieri in televisione (qui oggi si vota per le amministrative): un politico sul genere dei nostri leghisti, che sproloquiava sull’islam e in particolare sull’integrazione delle donne e sulla loro sottomissione. Allora il giornalista chiede alla esponente dei verdi cosa ne pensa del velo delle donne, visto che lo si potrebbe considerare un segno di sottomissione; e lei risponde: sono le persone, non le religioni, a sottomettere altre persone; se l’uso del velo puo’consentire loro di uscire di piu’, andare a nuotare, frequentare corsi, emanciparsi, allora ben venga il velo. Mi sono detta: questo e’ quel che spesso manca in Italia, una visione diversa dei cosidetti “problemi”, espressa con calma e pacatezza, ma con determinazione.

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  9. 4 marzo 2010 5:02 am

    bel post! certo che gli americani sono spesso un po’ mielosi e retorici per i miei gusti, pero’ li sto rivalutando. Lasciando da parte la forma restano il messaggio e certi valori, che pur tra mille contraddizioni vengono portati avanti.

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  10. 5 marzo 2010 3:39 pm

    Splendido post Alex… mi hai fatto rimpiangere di non essere andato ad Ellis Island quand’ero a NY 😦

    Tralasciando coloro che hanno interesse a promuovere la xenofobia (certi politici in primis), il razzismo spicciolo, quello delle persone comuni nasce sempre dalla paura e questa e’ quasi sempre provocata dall’ignoranza. La paura piu’ forte e’ sempre quella dell’ignoto. Purtroppo la nostra societa’ vive molto di paura e sono pochi gli stimoli a superare l’ignoranza da parte di chi vi sarebbe preposto (televisione, politica…) e la stragrande maggioranza della gente tende a non prendere l’iniziativa di educarsi sulle grandi questioni sociali, preferendo affidarsi a luoghi comuni e stereotipi.

    Come cantava *qualcuno*: “da sempre l’ignoranza fa paura, ed il silenzio e’ uguale a morte”

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